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Ipertensione essenziale e secondaria
L'ipertensione arteriosa è
l'aumento della pressione arteriosa nell'apparato circolatorio. Per essere tale l'ipertensione deve essere stabile e deve essere tenuta
presente l'età del paziente, in quanto la pressione arteriosa tende normalmente
a crescere leggermente con l'età.
Quando l'aumento di pressione è momentaneo si parla di reazione pressoria.
L'ipertensione può essere primaria o essenziale qualndo non riconosce cause legate ad altre malattie o Secondari quando invece si sviluppa come conseguenza di malattie quali l'arteriosclerosi, le malattie renali, le malattie
endocrine, ecc. Per tutti i tipi di ipertensione, la
diagnosi richiede una pressione sanguigna superiore a 140/90. Condizione
necessaria e sufficiente per parlare di ipertensione è che la pressione massima
sia maggiore di 140 e quella minima maggiore di 90. Tuttavia nel tempo, con il
crescere dei dati disponibili, si è arrivati a distinguere situazioni
differenti e quindi, in base alle ultime linee guida dell'Organizzazione
Mondiale della Sanità si parla di:
·Pressione
ottimale: massima inferiore a 120
mmHg, minima inferiore a 80 mmHg· ·Pressione
normale: massima inferiore a 130
mmHg, minima inferiore a 85 mmHg
·Pressione
alta normale: massima da 130 a 139 mmHg, minima tra 85
e 89 mmHg
·Ipertensione
lieve: massima da 140 a 159 mmHg, minima tra 90
e 99 mmHg
·Ipertensione
moderata: massima da 160 a 179 mmHg, minima tra
100 e 109 mmHg
·Ipertensione
grave: massima uguale o superiore
180 mmHg, minima uguale o superiore a 110 mmHg
Epidemiologia
In Italia, come nella maggior parte dei paesi
industrializzati, le malattie cardiovascolari rappresentano la principale causa
di morte nell’età adulta, e una delle principali cause di morbilità e di
assenza dal lavoro. Su scala planetaria, l’ipertensione
risulta la terza causa di inabilità dopo la malnutrizione e il tabagismo, e
precede in tale classifica la penuria di risorse idriche e la sedentarietà. Le stime più recenti indicano che in
Italia il 21 per cento degli uomini e il 24 per cento delle donne presentano
valori di pressione arteriosa al di sopra del normale, il che significa circa
oltre 10 milioni di persone. È interessante notare che studi condotti
su popolazioni primitive, con stili di vita e alimentazione assai diversi dai
nostri, in un certo senso più naturali, hanno mostrato un'assenza pressoché
virtuale dell’ipertensione arteriosa; le stesse persone, emigrate in realtà di
tipo occidentale, aumentano rapidamente il rischio di sviluppare la malattia. Malgrado l'impressione di una diffusa
coscienza sanitaria e di una cultura della salute, anche nei paesi più evoluti
si calcola che solo 1/3 degli ipertesi sappia di esserlo e sia consapevole dei
problemi e dei rischi collegati a uno stato ipertensivo, mentre si ritiene che
i restanti 2/3 non abbiano mai misurato la loro pressione arteriosa oppure, pur
sapendo di averla alta, non siano portati a considerarlo un problema degno di
attenzione e cure. Questo significa che, solo in Italia, ci
sono alcuni milioni di persone esposte a un significativo e curabile rischio
per la propria salute che non ricevono le cure adeguate che la medicina
contemporanea può offrire loro.
Teoria Psicosomatica
Secondo Franz Alexander è ovvio riconoscere che
fattori nervosi hanno una parte importante nella stabilizzazione
dell’ipertensione arteriosa e anche nella genesi della sindrome. Col progredire
del disturbo le alterazioni dei tessuti tendono ad aggravare la situazione,
favorendo la produzione di sostanze pressorie, cosicchè nel paziente affetto da
una ipertensione avanzata, il fattore umorale può, in seguito, divenire
dominante. Perciò nella ipotesi dell’ ipertensione arteriosa la conoscenza
precisa dei fattori nervosi rappresenta il problema più importante. La letteratura è ricca di contributi sui fattori
psichici come causa di esacerbazioni della sindrome ipertensiva (Goldscheider,
Mueller, Mohre, FabrenkamP, S. Weiss, Fishberg, Schulze , Moschecwitz, Risemafl
e S. Weiss). Molti studi psichiatrici
dimostrano l’influenza delle condizioni ambientali in questa sindrome (Alkan; Wolfe;
K. Menninget Dunbar; Hill; Binger e altri; E. Weiss). La maggior
parte degli studi psichiatrici sottolinea il fatto che l’inibizione di tendenze
ostili ha una parte importante in questo fenomeno; fatto che concorda con
l’osservazione di Cannon che cioè la paura e la collera innalzano la pressione
del sangue dell’animale in esperimento.
Studi sistematici di psicoanalisi sono stati
effettuati su pazienti con ipertensione. Uno di tali studi ha messo in evidenza
che l’inibizione cronica di impulsi aggressivi, i quali sono sempre associati
con stati ansiosi, esercita un’influenza notevole sul livello della pressione
del sangue (Alexander). Il gruppo dei pazienti esaminati pur composto di
individui con diversa personalità, presentava un carattere comune: l’incapacità
dei soggetti ad esprimere liberamente i loro impulsi aggressivi. E pur avendo
alcuni di loro esplosioni di collera occasionali, nel complesso mantenevano un
notevole grado di controllo, tanto da dare l’impressione, ad un esame
superficiale di essere individui equilibrati e con personalità matura. Infatti
questi pazienti erano spesso molto condiscendenti e simpatici ed avrebbero
fatto qualunque cosa per far piacere agli altri. Il soggetti ipertesi sono spesso inibiti
sessualmente e quando si abbandonano a relazioni illecite lo fanno con grande
ansietà e senso di colpa e di rimorso, perchè l’attività sessuale irregolare
esprime atteggiamento di protesta e di ribellione. Un vivace conflitto fra
tendenze femminili o di, dipendenza passiva, e impulsi compensatori aggressivi
ed ostili si rivela nell’analisi di tali individui; quanto più essi cedono alla
loro compiacente dipendenza, tanto più divengono ostilmente reattivi verso
coloro cui si sottomettono (Saul, Alexander,). Questa ostilità li rende timorosi e li fa ritirare dalla
lotta per rifugiarsi in un atteggiamento di dipendenza passiva che a sua a
rinnova i sentimenti di inferiorità e di ostilità creando un circolo vizioso
permanente. Va segnalato poi il fatto che l’iperteso non può liberamente
indulgere a desideri di dipendenza passiva, per il conflitto che essi stimolano.
Le tendenze opposte di aggressione o sottomissione si stimolano e si bloccano
reciprocamente e simultaneamente così che ne risulta come una specie di
paralisi emotiva. L’osservazione psicodinamica permette un’interpretazione
psicosomatica dell’eziologia della vasocostrizione generalizzata, caratteristica
dell’ipertensione. Il timore e la collera sono passegeri tanto negli animali
che nell’uomo e si associano a temporanee modificazioni fisiologiche che preparano
il corpo allo sforzo richiesto dalla lotta o dalla fuga. L’aumento della pressione
arteriosa è uno dei componenti di questa preparazione fisiologica. Cessando la
ragione del timore si ha un ritorno alla calma. Nella società moderna la libera
manifestazoine dell’ostità è vietata; l’individuo è spesso contrariato ma non
ha la possibilità di risolvere liberamente i suoi impulsi aggressivi in una
lotta fisica. La nostra società richiede che l’individuo abbia un completo
controllo su tutti i suoi impulsi ostili. Mentre ognuno è soggetto a questa
restrizione, alcuni sono impediti più degli altri nel manifestare tendenze
aggressive o d’autoaffermazione, quantochè non hanno la possibilità di
liberarsi in modo legittimo dei loro impulsi aggressivi, nemmeno dove questo
sarebbe consentito. Di conseguenza vivono in uno stato cronico di ostilità repressa.
Si può affermare che la collera continuamente repressa, eccitata da tali
costrizioni, può condurre ad una elevazione permanente della pressione
sanguigna perchè non si può esaurire in una aggressione materiale o in una
sublimazione dell’ affermazione dell’Io. Così i sentimenti ostili non espressi
possono divenire causa di uno stimolo permanente sul sistema vascolare come se
l’organismo del soggetto inibito fosse costantemente pronto ad una lotta che
non si realizza mai. (Fig. IV). Può ben darsi che, quando le costrizioni
imposte dalla società e dalla civiltà cominciano ad imporsi sull’individuo
potenzialmente iperteso, si determinano in questi i primi sbalzi della pressione
del sangue. Sotto la ripetuta influenza della stimolazione vasomotoria, il
sistema vascolare può cominciare a sviluppare alterazioni organiche,
inapprezzabili per qualche tempo, ma che si riflettono sulla produzione di
sostanze ipertensive. L’individuo che è diventato eccessivamente inibito sotto
l’influenza delle sue prime e più remote esperienze, troverà molto più
difficile padroneggiare i propri impulsi aggressivi nell’età adulta. Egli tenderà
a reprimere tutte le tendenze di autoaffermazione e non riuscirà a trovare per
esse un qualche legittimo sfogo liberatore. In seguito questa continua
repressione si farà anche più intensa e pesante, stimolando la messa in opera
di misure difensive più energiche per tener a freno gli stimoli aggressivi. La
compiacenza, la gentilezza e la sottomissione eccessiva riscontrate nei
pazienti ipertesi rappresentano precisamente tali difese, ma non impediscono
l’aumento della tensione emotiva. Si istaurano perciò sentimenti dì
inferiorità, che alla loro volta alimentano gli impulsi aggressivi e si perpetua
così un pericoloso circolo vizioso. Per l’intensità delle loro inibizioni tali
soggetti sono meno efficienti nelle loro attività professionali, per cui più facilmente
hanno la peggio nelle gare con gli altri; diventano invidiosi, e la loro
ostilità nei confronti dei competitori, più fortunati perchè meno inibiti,
viene ancor più stimolata. Lo studio anamnestico del paziente con ipertensione,
generalmente rivela che in qualche momento del suo sviluppo si è verificato un
improvviso cambiamento. La storia tipica ci dice che il paziente, molto
aggressivo nei primi anni della sua vita, in breve tempo cominciò invece ad
agire come se fosse intimidito ed umiliato. Spesso un tal cambiamento avviene
durante la pubertà. A volte alcuni pazienti riferiscono che il cambiamento dallo
stato di irascibilità a quello dì calma si è verificato per uno sforzo
consapevole, compiuto proprio per non perdere la loro popolarità, o per i
tristi risultati ottenuti cedendo all’impulsiva irascibilità.Il concetto che i fattori psicodinamici sono la base
eziologia dell’ ipertensione, trova conferma nelle osservazioni di Gorge Draper
(67), il quale notò che, con lo sviluppo di certi sintomi neurotici, la
pressione sanguigna di certi ipertesi tornava al livello normale.
Molti scrittori hanno rilevato che l’ipertensione
arteriosa è la malattia della moderna civiltà occidentale. Schulze e Schwab
(208) per esempio trovarono una differenza statisticaniente significativa nella
frequenza dell’ipertensione dei negri residenti in Africa rispetto a quelli
residenti negli Stati Uniti. Nei primi l’ipertensione è straordinariamente rara
mèntre nei secondi è una malattia comune. È chiaro perciò che responsabile di
questa diversità non è una costituzione razziale ma piuttosto il fattore
civiltà.L’eziologia dell’ipertensione non si spiega però soltanto con il fattore
psicodinamico; infatti ci sono molti soggetti neurotici i quali presentano
inibizione degli impulsi aggressivi ed un tipico conflitto fra tendenze di dipendenza
passiva e di competizione aggressiva proprio come i pazienti ipertesi e che
tuttavia non sono affatto ipertesi. Come
è stato ripetutamente ribadito l’influenza psicodinamica provoca disturbi
cronici delle funzioni vegetative soltanto in associazione con fattori ancora
sconosciuti e probabilmente di tipo somatico ereditario: così dev’essere anche
per i pazienti ipertesi. D’altra parte la possibilità che l’ipertensione sia
legata alla eredità di un sistema vasomotorio instabile non deve rimpicciolire
l’importanza eziologica dei fattori psicodinamici.
Secondo Cremerius già dal punto di vista fisiologico
la pressione subisce modificazioni strettamente connesse con gli eventi
vissuti. Quando c’è tensione, rabbia, lotta o eccitazione sessuale questa sale;
quando c’è pace, distensione e senso di tranquillità e protezione si abbassa. Nell’iperteso
la reazione agli stimoli esterni è notevolmente maggiore e laa
ricerca psicoanalitica ha potuto mostrare che gli ipertesi sono continuamente
in uno stato di forte pressione interna e di tensione psichica. Ciò che ogni
uomo ha come reazione fisiologica, ovvero la capacità di rispondere a stimoli
interni ed esterni di determinata natura con un innalzamento della pressione
ematica, negli ipertesi non costituisce più una possibilità di reazione ma uno
stato costante. Sarebbe sicuramente sbagliato pensare, come oggi succede
spesso, che le tensioni menzionate si riferiscono a stimoli esterni. Leggiamo
continuamente nei giornali che oggi esiste una nuova malattia di cui cadono
vittime i dirigenti responsabili della vita politica ed economica. Lo stress
del lavoro, i ritmi, affannosi, il telefono, l’abuso di tabacco, caffè e alcool
sono, si dice, le cause del male. Certo, le circostanze sopra menzionate non
sono proprio salubri, ma ognuno di noi sa che il lavoro e anche il molto lavoro
non provoca necessariamente malattie o disturbi della salute, al contrario.
Sappiamo invece che ciò dipende da come si lavora, da come si considera il
lavoro e da ciò che significa per ognuno di noi: un mezzo per arricchirsi,una
soddisfazione dell’ambizione, una autoconferma oppure - e in questo caso ben
difficilmente il lavoro p0trà essere considerato patogeno — una attività
creativa su oggetti liberamente scelti. L’esposizione allo stress è quindi parte
dell’uomo. Ovviamente sia in campo psichico che in campo
somatico ci sono determinati tipi e gradi di stress che conducono sempre a un
danno. In tal caso è solo la capacità individuale di sopportazione a decidere
dell’entità del danno, ma non è questo il punto. Semplificando possiamo così descrivere questi
processi interni grosso modo così: il malato soffre della incapacità di
esprimere liberamente determinati impulsi ad imporsi e ad affermarsi, quelle
tendenze cioè che generalmente chiamiamo aggressività. Non si tratta però di un
determinato tipo di personalità quanto piuttosto di tipi diversi in cui questo
disturbo si presenta come sintomo cardinale. Non si tratta affatto di tipi
costituzionalmente deboli. I malati, al contrario, sono .per lo più dotati di
personalità vitale e intensa con un atteggiamento attivò ed energico verso il mondo.
Schema di dinamica specifica nell’ipertensione
essenziale
Tendenze
alla competizione e all’ostilità —--—-> intimidazione, causata dalla
rappresaglia e dal fallimento —--—-> aumento di desideri di dipendenza —--—->
senso di inferiorità —--—-> riattivazione della competizione ostile —--—->
ansietà e conseguente inibizione degli impulsi aggressivi —--—-> ipertensione
arteriosa
Come si misura la pressione arteriosa
La comune
misurazione della pressione arteriosa è effettuata in modo indiretto,
utilizzando appositi apparecchi che sono in grado di valutare la pressione
arteriosa dall’esterno.
Di tali apparecchi, quello più preciso e comunemente usato è lo sfigmomanometro
a mercurio, ideato dall’italiano Riva-Rocci poco più di un secolo fa. Esso è
composto da un bracciale di gomma collegato da un lato ad una piccola pompa a
mano, dall'altro ad un manometro a colonna di mercurio. La misurazione viene
effettuata applicando il manicotto di gomma al braccio del paziente, tra
l’ascella e la piega del gomito. All'altezza di quest'ultima, dove si apprezza
la pulsazione dell'arteria del braccio (arteria omerale) si posiziona la
campana del fonendoscopio. Contemporaneamente si palpa il polso dal lato del pollice, per
percepire la pulsazione dell'arteria radiale.
Si inizia la misurazione gonfiando il bracciale di gomma con la pompetta ad
esso collegata (mentre ciò avviene, il mercurio sale nella colonnina di vetro,
segnalando il valore di pressione presente nel bracciale) e arrivando fino al
punto in cui la pulsazione dell'arteria del polso scompare ed il fonendoscopio
non trasmette più alcun rumore; a questo punto si insuffla ancora un po' di
aria nel bracciale, superando di circa 20 millimetri di
mercurio (mm Hg) il punto in cui il polso radiale è scomparso. Ora, agendo sulla
piccola valvola presente sulla pompetta, si fa uscire molto lentamente l'aria
dal bracciale (indicativamente, la colonnina di mercurio deve scendere di circa
2 millimetri
al secondo). Quando la pressione dell'aria nel bracciale sarà uguale a quella
arteriosa, un pò di sangue riuscirà a passare nell'arteria producendo un
rumore: il primo rumore udito chiaramente corrisponderà alla Pressione sistolica (detta anche massima). Riducendo ulteriormente la pressione i rumori
diventeranno inizialmente più intensi, quindi via via più deboli: la completa
scomparsa dei rumori corrisponderà alla Pressione diastolica (detta anche
minima). La pressione viene quindi indicata con due valori (ad esempio 120/80):
il primo valore indica la pressione sistolica, mentre il secondo quella
diastolica.
Sono oggi
disponibili anche apparecchi per l’automisurazione domiciliare della pressione
arteriosa che consentono una rilevazione automatica o semiautomatica. Dei
numerosi modelli in commercio, la maggior parte utilizza un bracciale simile a
quello già descritto; si tratta in generale di apparecchi che forniscono una
misurazione attendibile, ma non tutti hanno superato il vaglio dei criteri
proposti da diverse Società Scientifiche. Indicazioni precise sugli apparecchi
di misurazione approvati per l'uso domestico sono reperibili al seguente
indirizzo: www.dableducational.com
Diagnosi
L'ipertensione
arteriosa, soprattutto nelle fasi iniziali, non produce dei sintomi
caratteristici e facilmente riconoscibili: l'unico modo per scoprire di essere
ipertesi è quello di controllare costantemente la pressione. Per un adulto sano e senza altri disturbi
associati, un controllo annuale è sufficiente.
Il riscontro di
un valore di pressione arteriosa elevata non porta immediatamente a una
diagnosi di ipertensione arteriosa; per prima cosa occorrerà ripetere la
misurazione in tempi successivi e in orari diversi per confermare che si tratta
di un aumento stabile.
Gli esami di
routine
Una volta che si sia confermata l'esistenza di uno stato ipertensivo, il medico
farà svolgere una serie di accertamenti di laboratorio e strumentali che hanno
un duplice scopo:
- verificare la condizione degli organi che solitamente sono danneggiati
dall'ipertensione arteriosa (cuore, rene, cervello) per valutare se esistano
già dei danni e la loro eventuale gravità
- escludere che l'ipertensione dipenda da una causa evidente e curabile;
infatti, una piccola percentuale di ipertensioni (meno del 5 per cento) dipende
da una malattia a livello dei reni o delle ghiandole surrenali, curabile spesso
con un intervento chirurgico. Nel 95 per cento dei casi non si riscontra alcuna
causa evidente dell’aumento della pressione e si parla pertanto di ipertensione
essenziale.
Ecco, dunque, i
passi che il medico compie per un inquadramento globale dell'ipertensione
arteriosa:
- conferma della reale esistenza della pressione alta con misurazioni
ripetute
- classificazione del livello di gravità dell’ipertensione arteriosa in
base ai valori riscontrati in media
- esclusione di cause curabili di ipertensione arteriosa (meno del 5 per
cento)
- verifica dell’esistenza di danni già provocati dall’ipertensione nei
cosiddetti organi bersaglio
- presenza di malattie o condizioni che possono aggravare i danni provocati
dall’ipertensione (diabete, fumo di sigaretta, aumento del colesterolo).
Danni derivanti dall’ipertensione
I vari disturbi provocati
dall'ipertensione vanno a colpire gli organi più importanti: cervello, cuore,
polmone e rene. Danni recati al cervello possono essere le emorragie con
distruzione del tessuto cerebrale.
A carico del cuore, si hanno infarto e angina pectoris oppure asma cardiaco ed
edemi polmonare (con interessamento del polmone) quando il ventricolo sinistro
cede; frequenti anche i casi di scompenso cardiaco, con cianosi, dispnea ed
edemi nelle parti basse del corpo.
Il rene può subire gravi alterazioni che riducono la sua funzione escretrice.
Terapia
Dietoterapia: La dieta nell'iperteso deve tener conto innanzitutto
della situazione dei trigliceridi e colesterolo nel sangue (vedi
dietoterapia per il colesterolo).
Come tutti sanno nell’ipertensione bisogna ridurre l’introito giornaliero di
Sodio, e questo deve avvenire in modo graduale. Il sodio viene introdotto in
soprattutto sotto forma di Cloruro di Sodio (il comune sale da cucina) e come
tale è presente in buone quantità in moltissimo cibi. La quota consigliata
dalla Comunità scientifica internazionale è di 6 gr al giorno (in Italia ne
consumiamo almeno 10); bisognerà quindi provare a limitare l’assunzione di cibi contenenti
sodio ma soprattutto evitare di aggiungere il sale quando cuciniamo cibi che
già contengono molto cloruro di sodio al loro interno (provate ad esempio a
sostituirlo con le spezie tipiche della dieta mediterranea: menta, timo,
maggiorana, basilico, prezzemolo, rosmarino, peperoncino rosso ). Impariamo a
leggere quindi le etichette facendo attenzione oltre al Sodio (Na) e al Cloro
(Cl), anche a nomi tipo benzoato di sodio (conservante per salse) e citrato di
sodio (usato per esaltare il sapore dei dolci).Così facendo oltre avere benefici sulla pressione
eviteremo anche ad esempio di svegliarci ogni due tre ore di notte per bere;
poco alla volta ci si abitua a non aggiungere più il sale e si iniziano a
scoprire i veri sapori degli alimenti e difficilmente si torna indietro.
Alimenti da evitare: formaggi, cibi in salamoia, prosciutto e salumi in genere, pesce in scatola, uova, frutti di mare, latte
e derivati, bevande alcoliche,barbabietole, carciofi, cavoli e cavolfiori,
carote, cipolle, spinaci, finocchi, sedano, caffè (massimo una tazzina al
giorno).
Dietoterapia macrobiotica: L’eccessiva assunzione di liquidi e di altri
cibi yin causa spesso un ingrossamento ed una dilatazione del cuore e dei vasi.
In tale condizione l’organo deve sostenere uno sforzo maggiore per mantenere la
circolazione del sangue entro valori normali e spesso ne deriva
un’ipertensione. Se un soggetto continua ad ingerire uno yin eccessivo, il
cuore può divenire tanto ingrossato e sfiancato da perdere la necessaria forza
di contrazione. L’ipertensione può
guarire in un mese di alimentazione corretta, ed occorre, nell’ambito di una
dieta macrobiotica standard, dare maggior risalto ai fattori più yang sia nella
scelta degli alimenti che nella loro cottura.
Terapia non farmacologica:Psicoterapia: ha principalmente un’importanza preventiva e tende a impedire gli sbalzi pressoriAgopuntura: molto indicataAuricoloterapia: punti 24,55,59, 100Aromaterapia: limone, maggiorana, acacia, rosa, camomilla, fiori d’arancioCliniatoterapia: collina (300-600m.), lagoCristalloterapia: crisocollaCromoterapia: azzurro, verde in forma di luce e acqua solarizzata da bere(si consiglia di assumere alimenti che abbiano le stesse vibrazionidell’azzurro e del verde, ad es. mele, kiwi, vegetali a foglie verdi, prugne,more, susine, mirtilli ecc.)Fitoterapia: aglio, lecitina di soia, biancospino, peperoncinoGemmoterapia: olea europaeaIdroterapia: acque solfate, acque carboniche per bagni caldi (nell’ipertensione essenziale)Litoterapia: azuriteMagneti: molto indicati. Applicare il magnete in dispersione sulla carotide(sotto l’orecchio), sulla vescica e sui reni per cicli di mezz’ora ripetuti.Continuare per 28 giorni.Metalloterapia: alluminio, argento, cromoMinerali: cromo, selenio, potassio, magnesio,Musicoterapa: RE (Beethoven: quartetto per archi op.18 n.3; concerto op.61), Ml bemolle (Mozart: concerto K 477; concerto K 271)Oligoelementi: manganese, cobalto, zolfoOrganoterapia: arterie, veneOrgoneterapia: indicataVitamine: E, B6, C
Terapia farmacologia:Attualmente le indicazioni sono a trattare immediatamentee con terapia farmacologica i pazienti con pressione diastolica >100 mmHg; i pazienti con diastolica <100 mmHg, in assenza di danno d’organo e di fattori di rischio cardiovascolare devono seguire le opportune misure di ordine generale (vedi dietoterapia) ed essere ricontrollati nei mesi seguenti; i pazienti giovani (<45 anni) e con fattori di rischio cardiovascolare devono essere trattati con farmaci anche se hanno una pressione diastolica tra 90-100 mmHg. Attualmente vengono considerati allo stesso modo di prima scelta per il trattamento antiipertensivo quattro classi di farmaci: i diuretici, i beta-bloccanti, gli ACE-inibitori, i calcioantagonisti. Indipendentemente dal quadro clinico il 50% ca. dei soggetti con ipertensione medio-lieve risponde alla terapia con uno dei farmaci sopra menzionati; tale percentuale arriva al 70% tenendo conto delle esigenze specifiche dei pazienti. Per esempio, i soggetti di colore ipertesi tendono a rispondere in modo maggiormente positivo a un trattamento con diuretici o calcioantagonisti che non alla somministrazione di ACE-inibitori o betabioccanti. Il farmaco dovrebbe avere un effetto prolungato (24 ore), sia a riposo che sotto sforzo. La terapia deve essere iniziata a basse dosi, perché la normalizzazione brusca dei valori pressori elevati, con farmaco a dosaggio pieno dall’inizio, può comportare una caduta critica del flusso ematico, compromettendo la perfusione degli organi vitali (cuore, cervello). La terapia deve inoltre essere aggiustata in modo da ridurre al minimo gli effetti collaterali di questi farmaci.
Bibliografia
· Medicina Psicosomatica, F. Alexander, Editrice Universitaria · Medicina Macrobiotica, M. Kushi, Ed. Mediteranee · Psicosomatica clinica, J. Cremerius, Ed. Borla · Prontuario di Terapia Medica Integrata, D. Iero, Ed. Prima · Wikipedia: ipertensione · G. Schillaci, S. Pede, Definizione,classificazione ed epidemiologia dell'iprtensione arteriosa (Ital Heart J 2000; 1 (Suppl 5): 19-23) · http://www.teamsalute.it – ipertensione: epidemiologia · Società Italiana dell’ipertensione arteriosa: Informazioni sull’ipertensione · http://www.dica33.it- argomenti/cardiologia/ipertensione Articolo scritto dal Dr. Daniele Aprile
Ultima revisione 19/07/2006
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disclaimer
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Data ultima modifica 01/10/2007
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